353. Il virus di Giulio Giorello

 

Sul Corriere della Sera del 29 maggio troverete un inserto nel quale si parla di sperimentazione animale. Ampio spazio è dedicato al filosofo Giulio Giorello (che argomenta a supporto) e un trafiletto al filosofo antispecista Leonardo Caffo.

Il tema della sperimentazione animale è molto complesso e delicato e in questa sede mi interessa unicamente evidenziare -  a titolo di brainstorming -   le banalizzazioni cui è giunto Giulio Giorello (filosofo che peraltro stimo assai in altri campi di sua competenza) nell’argomentare a favore di un testo i cui autori sono Gilberto Corbellini e Chiara Lalli, “Cavie?”. Il percorso argomentativo è prevalentemente basato sul tentativo di fare presa sull’emotività del pubblico dandone per scontata la scarsa conoscenza degli argomenti trattati.

L’articolo comincia infatti con un vecchio cavallo di battaglia degli hater antianimalisti, che viene riproposto in infinite varianti, quello dell’incoerenza. Come si può essere contrari alla sperimentazione animale nel momento in cui si mangiano bistecche, si chiedono ad esempio gli autori di “Cavie”,  e lo stesso Giorello. Porre questo quesito significa sostanzialmente essere fuori della storia e non aver minimamente compreso la portata del pensiero antispecista che si sta affermando, lentamente ma inarrestabilmente, come nuovo paradigma del nostro tempo. Vale a dire, molti di coloro che si pongono criticamente nei confronti della  sa hanno coerentemente scelto  ANCHE percorsi di tipo veg e sono impegnati o sono sensibili  in OGNI campo (circhi, zoo, caccia …) riguardante i diritti degli animali. Dovessimo poi tracciare una linea dell'orrore, dal punto di vista della sofferenza animale, la sperimentazione animale o buona parte di essa (metastasi sperimentali e simili) meriterebbe in ogni caso il posto d'onore, pur con tutte le precauzioni che i ricercatori seri possono prendere.

Giorello afferma che una sperimentazione assolutamente priva di scrupoli sarebbe comunque da condannare, eppure non entra nel dettaglio e sarebbe necessario farlo, caso per caso e già in fase teorica e in ottica di limitazione progressiva, anche a livello legislativo.  In quanto se partiamo dal mero concetto di “utile” ci sarà permesso praticamente tutto, in quanto tutto in una certa misura può risultare utile, senza per questo essere sadici. Un semplice abbonamento a riviste come Mente & Cervello può  rendere chiaro che a dibattito non sono soltanto il cancro o l’aids  o altre gravissime malattie continuamente evocate nell’eterna lotta topo contro bambino (che sempre fa presa sul pubblico meno preparato), ma anche le nevrosi sperimentali su topi portate avanti da studiosi come Jacques Cosnier (se ne parla appunto in un numero di Mente & Cervello) e molti altri esempi potrebbero essere riportati. Le stesse droghe citate da Giorello.  Certamente test utili in una qualche misura. La domanda corretta pero non è se sia utile, ma se sia lecito.  Il paradosso  consiste nel fatto che  a seguito della teoria dell’evoluzione abbiamo appreso di una stretta “parentela” con gli altri animali, la qual cosa ha significato sia la non accettabilità di un tormento animale da un punto di vista etico sia una maggiore utilità dal punto di vista scientifico, ed è stato questo ultimo punto di vista a prevalere, laddove di fatto al vecchio concetto di anima si sostituisce spesso (e in modo antiscientifico) quello di coscienza o autocoscienza. E non è un caso che questi dibattiti, sul livello di coscienza o intelligenza di altri esseri viventi siano serviti storicamente al sopruso di umani su altri umani (donne, schiavi, indigeni). Per questi motivi parlo spesso e volentieri di creazionismo ateo.

Noto inoltre, con disperazione assoluta, come anche Giorello ricorra al ritornello tanto di moda sui social media, quello del virus e del batterio nocivo che non esitiamo ad uccidere. Innanzitutto questo “argomento” costituisce in genere la base di  quella che chiamo ETICA AL RIBASSO (che è poi la fallacia del nirvana): non potendo riuscire a salvare tutti, ebbene per essere coerenti uccidiamoli o sfruttiamoli tutti. Agnelli e vitelli compresi. In secondo luogo Giorello cita Plutarco, a dimostrazione del fatto che in alcuni casi per gli “animalisti” del passato fosse necessario uccidere, ma dimostrando quindi di  non conoscere neppure l’opera principale di uno dei leader storici dell’antispecismo, ovvero Animal Liberation, di Peter Singer, in cui chiaramente si afferma che non è moralmente inammissibile uccidere altri animali per cibo, quando sia necessario per la sopravvivenza. Ovviamente il discorso è estendibile anche a  chi ci attacca, come ad esempio un virus. Qui stiamo parlando pero di casi limite, e non dell’istituzionalizzazione di sistemi di morte e sofferenza, su primati, cani, roditori, gatti, mucche e maiali ...in nome delle diverse sfumature di utile. Laddove rimarrà anche sempre una differenza  sostanziale tra il deviare un carrello ferroviario e buttare giù dal ponte l’uomo grasso.

Ulteriore appeal to emotion, frequentissimo sui social media, per convincere gli animalisti all’accettazione della sa:  la sa serve anche ai nostri AMICI animali. La differenza sostanziale consiste  nel fatto  che nel caso degli umani oltre al concetto di specie viene fatto valere anche quello di individuo (infatti la sperimentazione coatta sugli umani è proibita:  vero che tutti i farmaci, per ovvi motivi,  prima di essere immessi sul mercato devono essere testati anche su umani, ma si tratta sempre di volontari, magari gia affetti da qualche patologia,  e una metastasi sperimentale su un umano sarebbe del tutto impensabile, vale a dire provocare una malattia o provocare menomazioni su soggetto sano a titolo di studio e cura della specie) mentre per gli animali si fa valere solo il concetto di specie (i singoli sono sacrificabili a vantaggio dei molti) e quindi la sa coatta è considerata legittima. Io  in questo caso rinuncerei del tutto a parlare  di AMICI, tranne nel caso si consideri Humpty Dumpty un modello cui ispirarsi.

“temo una troppa ampia proliferazione di diritti” afferma Giorello: concordo, il pericolo è reale come ha magistralmente sottolineato Norberto Bobbio in “destra e sinistra” : "mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: la classe, la razza ed il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell'inarrestabile cammino del genere umano verso l'eguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un'estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano".

Concludo con una sana provocazione nei confronti di Giulio Giorello: Lei argomenta a favore di quello che considera di fatto un male necessario, e “va bene”, alcuni margini di discussione possono esserci. Per poter acquisire credibilità sul tema non può però esimersi dal prendere posizione su tutte quelle pratiche che con la necessarietà, qui e ora, nulla e proprio nulla  possono avere  a che fare. Su queste pratiche testeremo il darsi o meno di un creazionismo ateo.

Silvia Molè