360. Irriverender

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Intervistiamo Irriverender, Architetto “Geek”, Millennial, e Blogger, che ci ha molto colpit* per la genialità di alcune sue creazioni e per la vastità dei suoi interessi.


Ci parlerà del suo blog, che ha come tema architettura, design e tecnologia, della sua attività di teacher di software di grafica, modellazione 3D e render e di consulente come Social Media Specialist

Ciao Irriverender, posso chiamarti così?
Si, preferisco che tu ti ricordi di me come Irriverender. Del resto nomi e cognomi non rimangono in mente, soprattutto quando sono molto comuni o, al contrario, strani e particolari. I brand invece rimangono, ed è anche nostro dovere ingegnarci per scegliere un nome che rimanga in testa, tanto da non dover dare biglietti da visita, ma dire semplicemente "googola
irriverender, e trovi tutto", ma questo prevede un lavoro di Brand Identity, Personal Branding (o Digital Branding, che dir si voglia) e indicizzazione di se stessi col proprio brand.
E' chiaro che dietro ad ogni nome da battaglia, alias, nickname, brand, deve esserci una persona realmente esistente. Non a caso aggiungo "by Arch. Bonnì", perché per me è importante ricordare che i miei lavori editoriali, di formazione e di realizzazione sono di un Architetto, e ricordare ovviamente anche il mio cognome, che è strano e particolare, ma è il mio vero cognome :D

Quali le tue passioni?
A parte il web e l'architettura, che immagino saranno il tema dell'intervista, sono bassista e ascolto molti generi (dal southern rock al metal), ho diverse collezioni (dalle piùnerd come calamite e spille, alle più ricercate come quella di pipe o il mio angolo d'Oriente in casa), sono attivista per i diritti civili, mi diletto in vignette e caricature, leggere saggistica a tema sociologico e antropologico.
Ultimamente mi sto aprendo a nuovi interessi: la scrittura creativa, la fotografia professionale e il giardinaggio domestico.

Raccontaci di te e della tua metamorfosi in "Irriverender".
La mia passione per il web e per la grafica inizia a fine anni 90, a cavallo tra le medie e il liceo, anche se disegnavo già da molto prima, prevalentemente vignette e manga.
Io sono dell'84, quindi mi si può considerare appartenente alla generazione dei
Millennials, ovvero coloro che hanno conosciuto il web e il digitale quando erano molto giovani.
Quando è stato il momento di scegliere il percorso di studi, ha però prevalso l'interesse per l'Architettura e l'arte in genere.
In quegli anni, tra il 2002 e il 2007, facevo capolino nelle varie web communities e ne creavo di mie. Il mio interesse per la sociologia del contatto filtrato si mescolava all'amore per internet e per il digitale, che a sua volta sentivo come un importante nuovo strumento per rappresentare ciò che stavo studiando.
Ho avuto sempre una grande attività onirica, che mi permetteva di immaginare luoghi e atmosfere, e di poterle riprodurre se lo desideravo.
A volte il disegno non era uno strumento sufficiente, e guardavo con ammirazione le atmosfere di fantascienza e fantasy presenti nei grandi capolavori di hollywood: dei progettisti avevano avuto la possibilità di progettare luoghi di ambientazione di storie che avrebbero fatto immaginare intere generazioni, come le diverse Gotham City, ad esempio, ma anche le tante ambientazioni fantascientifiche dei film dagli anni 90 ad oggi, le viste "a volo d'uccello" su città che non sarebbero mai esistite se non nell'immaginario collettivo.
Poi, una decina d'anni fa, ho visto
Inception, e la figura dell'architetto dei sogni, e il suo ruolo mi ha stregato. A quel punto ho iniziato a costruire architetture e scenari “impossibili” con gli strumenti di modellazione 3d e render allora a me disponibili, e, negli anni, con strumenti sempre più fotorealistici, anche se il fotorealismo in sé non è l'obiettivo: l'obiettivo è trasmettere un'atmosfera, un po' come fa la creatrice di ricordi di Blade Runner 2049.
Ho creato un portfolio surreale ispirandomi al
SuperStudio, mostrando luoghi ed atmosfere extraterrestri, giocando con gli environment, le luci, le riflessioni e le rifrazioni, per creare un book irriverente. Negli anni ho lavorato molto come modellatore e renderista, ma il mio sogno sarebbe stato creare un team di figure ognuna esperta in modo meticoloso e quasi ossessivo in uno dei passaggi che portano alla nascita di un luogo: la modellazione, la renderizzazione, la postproduzione,: un team di giovani, orientati verso l'open source, che avrebbero lavorato in tandem, ognuno specialista di uno dei sopracitati passaggi.
Nel frattempo, dopo la laurea, ho lavorato (impegno che ho ancora, ma part time) per 10 anni in una star up, diventata ben presto una grande realtà leader nel mercato, operando nel settore della comunicazione, dell'editoria digitale, e della qualità dei contenuti online, e questo mi aveva dato ulteriori strumenti per presidiare il web in modo adeguato per promuovermi come freelance.
In quel periodo ero già abbastanza presente sui social, in particolare su quelli di settore e professionali, e alla mia proposta di networking risposero in tantissimi, ma avevano totalmente frainteso il tipo di collaborazione che proponevo o cercavo. Erano persone che avevano appreso molti software, alcuni magari molto simili tra loro, e non avevano un profilo interessante, probabilmente perché, come tanti nostri coetanei, dis-orientati.
A molti di loro ho dato delle consulenze su quale pacchetto software padroneggiare per essere "sexy" per il mercato, se rivolgersi o meno all'open source a seconda delle esigenze e del proprio orientamento a riguardo, e infine su come essere presente in modo intelligente e costante, dando talvolta anche delle vere e proprie lezioni sui programmi 3D, seguite da consigli su come e dove trovare
risorse free relative alla formazione.
Col tempo ho preso a cuore la tematica dell'orientamento al lavoro, del supporto del web e del digitale alla professione, e del networking tra giovani professionisti.
Sentivo come oppressivo il tema delle licenze software, che sicuramente un giovane freelance non può permettersi, e ho deciso di destinare la mia formazione, già ricca per quanto riguarda il panorama dei programmi "pay", sull'open source, e ho quindi iniziato un lavoro di ricerca, che mi ha portato a cercare alternative "libere" per tutte le tipologie di software richieste dal nostro settore, dal logo design all'impaginazione, dalla modellazione al rendering, dal disegno 2D alla postproduzione, e ciò mi ha spinto ad aprire un blog che potesse orientare in tal senso, arrivando poi, col tempo, a scrivere anche per alcune
riviste del settore.
Un altro tema che sentivo a me vicino era quello dei problemi dei giovani freelance architetti e designer, costretti (come, per fortuna, a me non era successo), a lavorare a finta partita iva, per cifre irrisorie e coi vincoli del dipendente. Non volevo che il mio privilegio di worker "aziendale" mi allontanasse da quanto pativano i miei coetanei, e tramite il mio attivismo in tal senso (che si affiancava al mio essere "open source activist”) ho conosciuto (e ritrovato) una serie di coetanei con cui fare rete sia sui diritti dei professionisti "millennials", sia per collaborare su vari settori, dalle certificazioni energetiche ai docfa, e a tanto altro.
I miei approfondimenti sui software, la mia ricerca sull'open source, i miei interessi sulla bioarchitettura, le mie interviste a veterani del settore che potessero dare consigli, insieme alle mie vignette, trovarono sotto un ombrello che io decisi di chiamare "
Irriverender", e che considero attualmente il mio brand e il mio progetto.
A tutte queste iniziative editoriali e di newtworking si aggiunge la mia attività di formazione e orientamento che rivolgo ai giovani e meno giovani (studenti, neolaureati, adulti che vogliano reinventarsi, interi staff di studi appena aperti), sui sotware, ma anche sulla presenza sul web (social, blog, sito web, e tecniche per valorizzare la propria presenza), e il mio recente attivismo tramite una lista di giovani architetti che, candidandosi alle elezioni dell'Ordine di milano, vorrebbero cambiare le cose.
Tengo anche lectio magistralis, conferenze e master class, come
quella che amo ricordare in cui ho parlato dell’accesso al lavoro a dei futuri designers, delle classi terza, quarta e quinta di un liceo artistico.


Quindi cosa deve fare un giovane che vuole promuoversi sul web?

Deve partire dal capire cosa vuole ottenere, e poi scegliere gli strumenti giusti per promuoversi. Alcuni preferiscono i social più visuali, altri dei social più orientati al digital branding, o alle news, o ancora i social di settore, o accademici, o professionali. Dopo viene il "come" presidiarli. A me non interessa tanto prendere in carico il social di un professionista, ma piuttosto insegnargli ad usarlo ottimizzando. Per questo preferisco dare consulenze e lezioni. Dopo alcune lezioni/consulenze, il professionista acquisisce una padronanza e una consapevolezza che lo rendono autonomo nella propria autopromozione, dovendo impiegare molto tempo in meno di quanto possa pensare. A volte ha senso avere pochi social, ma curarli con attenzione. Nelle mie lezioni spiego concetti come personal branding, storytelling, content marketing, seo, link building e molto altro, ma in modo che possano essere "alla portata" di chi deve applicare questi concetti semplicemente alla cura della propria presenza web.

E per quanto riguarda i software?

Non sono activista open source in modo sfrenato. Per un giovane che sogna di fare il dipendente, o di collaborare con altri per fare esperienza, può essere importante studiare il mercato, e capire quali software sono a lui richiesti dal mercato. Ci sono, infine, delle "famiglie" di software (cad, parametrici, bim, etc etc) che spesso contengono software che funzionano in modo analogo, e val la pena di visionarli un po' tutti, e approfondirne, magari, uno per "famiglia". Sono strategie che si decidono al momento a seconda delle esigenze espresse dal professionista o dallo studente a cui faccio la consulenza.


...e per quanto riguarda i render? perchè si insegue il fotorealismo?

Inseguire il fotorealismo non è di per se sbagliato. Credo che sia importante saperlo ottenere per poi trovare la propria vena espressiva. Un esempio?
Salvador Dalì disegnava corpi perfetti, ma  poi creava atmosfere surreali. Chi fa arte attingendo da stili non “fotorealistici” ha imparato dapprima a replicare realisticamente corpi e luoghi. Allo stesso modo, quando si postproduce un render, si deve prima fare la color correction (le correzioni "oggettive") e solo dopo, col "color grading", creare le atmosfere vicine alle sensibilità dell'artista e/o a quanto richiesto dal committente.
La macchina fotografica (o il motore di render) non vedono la realtà come la vede l'occhio umano (che vede tramite coni e bastoncelli), e la sottoesposizione, o sovraesposizione, possono essere corretti ma anche diventare parte dell'espressione di una foto, o di un render.

Al netto dei vari programmi e delle loro potenzialità, come si fa un buon render?
Il metodo da me usato è quello del maestro
Sannino. Dopo aver pulito il modello da imprecisioni, e dopo aver scelto un'inquadratura accattivante (che da sola vale la metà della qualità del render), vanno bilanciate le luci utilizzando per tutta la modellazione un materiale bianco o grigio, non riflettente (quindi neutro). Dopo vengono creati i materiali. In queste fasi le opzioni del render vengono usate con impostazioni che facciano risparmiare tempo senza penalizzare troppo la qualità. Segue la fase in cui, mettendo impostazioni avanzate e precise di renderizzazione, si controlla la pulizia del risultato, si “ritocca” l’illuminazione se necessario, e infine si corregge il colore in postproduzione.
Il lavoro richiede una ricerca continua: di atmosfere stili e colori simili a quanto desiderato, di materiali e textures, di modelli già disponibili come "creative commons", da personalizzare, ma soprattutto avere la "visione nella mente" di ciò che stiamo rappresentando, o meglio, "creando".


Qual è la tua fase preferita di progettazione 3D e renderizzazione?
Nessuna fase è meno interessante delle altre. Alcuni renderisti amano la fase del bilanciamento delle luci. Personalmente la fase che mi affascina è la restituzione dei materiali. Trovare il colore corrispondente, riuscire a capire quanto e come riflette un materiale, quanto e se ha una trasparenza,se questa trasparenza è tonalizzata da un colore, se la superficie ha o meno una ruvidità, o nel caso di un render di "ricerca fantascientifica", proporre materiali nuovi e "surreali".


Quando uno studente o un potenziale allievo ti manda un suo lavoro, cosa consigli?
Cerco di fare in modo che evitino i classici errori dell’operatore principiante:
- dimenticare che qualsiasi materiale riflette, persino un tessuto
- sottovalutare l'importanza dell'avere delle basi di composizione di una foto
- non salvare il render nel formato corretto, che permette una buona postproduzione
- sottovalutare la ricerca di riferimenti visivi e ispirazioni
- sottovalutare il realismo dato dal dettaglio

 

 

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