fallacie logiche

Fallacie logiche, fallacies, fallacie.

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Presentazione: principali fallacie
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1 Siamo più degli altri
2 FALLACIA AD VERECUNDIAM
3 Patata bollente
4 Fallacie in combinazione
5 Ocean eleven
6 Fallacia del nirvana
7 La scelta
8 Errore perduttivo
9 Troll
10 Offeso
11 Opinionista
12 Non l'ho detto
13 Fallacia Naturalistica
14 La cooperazione
15 Halo effect
16 Cavallo che ride
17 Chi è folle?
18 Assoluten
19 Straw man
20 Lavazza
21. In rerum natura
22 Falsa dicotomia
23 Genialità di un condottiero
24 EAUI
25 Ripetuto quindi vero
26 Hate love
27 Il vero scienziato
28 Odino
29 Sono dappertutto
30 Pentimento e conoscenza
31 Bias di conferma
32 Norme morali
33 Orgoglio a buon mercato
34 Oggettività dell'indagine
35 Pendio scivoloso
36 Boccadoro e lo specismo
37 Feyerabend e Aristotele
38 Cigni neri
39 Povero ma felice
40. C. S. Peirce e l' Abduzione
41 La fabbrica del consenso
42 essi più o meno ignorano
43 straw man, relativismo e democrazia
44 la democrazia diretta nell'età di Pericle
45 Attenzione al vestito!
46. Le stronzate
47. L'Effetto Spettatore
48. La Mente Dello Sperimentalista
49 Valori tradizionali
50. volens nolens
51. L. MAGNANI AGGIORNA I. KANT
52. Luogo comune e Senso comune
53. non occorre essere filosofi
54. Il signor Finzione
55. hate speech
56. trasparenza dei valori e oclocrazia
57. Reductio ad Hitlerum
58. l'occhio nel muro
59. La Fallacia Antropocentrica
60. Sulla Meritocrazia
61. Il corpo della donna
62. Inno alla Conoscenza
63. lasciar fiorire tutte le vite
64. Internet, TV e cervello
65. sul relativismo etico
66. Fallacia per implicatura
67. Asintoticamente
68. Realtà 1 e 2
69. nè nè ma
70. Etica della guerra e civili
71. La Purificazione
72. I giovani prima??
73. Modi di scrivere
74. Declassamento del narcisismo
75. Tu non puoi capire!
76. Globalizzazione
77. Gatta ci cova!
78. Il dna dei Bin Laden
79. Da Norimberga in poi
80. Lei, Io e la Fratellanza
81. Polarizzazione di Gruppo
82. La tesi dell'asimmetria
83. sulle definizioni preliminari
84. Sul progresso morale
85. La Logica dell'Avvocato
86. Il ministro Brunetta
87. La Logica della Morte?
88. Sulla natura del ragionamento
89. "seeking chances" ed esperire
90. fuoco e fiamme
91. Oltre l'apparenza
92. Normale e Diffuso
93. Esperienza e Logica
94. Gossip e Potere
95. Creativi non si nasce
96. L'adultocentrismo
97. fanatismo allo specchio
98. assioma e dogma
99. La Fama
100. Scelta e Decisione
101. M. Trainito su U. Eco
102. reasoner before reasoning
103. Essere senza Tempo
104. Immunizzazione cognitiva
105. Caso e Necessità
106. Dissonanza Cognitiva
107. Rovescismo di Chesterton
108. Argomento Ipotetico
109. Post Hoc Fallacy
110. A nescire ad non esse
111. Statistical Fallacies
112. L'onere della Prova
113. Falsa Analogia
114. Vaghezza dei termini
115. Il Paese?
116. Argument from Consequences
117. Bagarre con capra
118. Desiderio non è Verità
119. Contingenza nella causa?
120. Il senso della vita
121. L'Amaro Averna
122. Sul Populismo
123. Effetto Domino
124. Essere e Dover Essere
125. L'Orologio Guasto
126. Sull'Austerità
127. Lo sfigato da 500 Euro
128. Dawkins and The Telegraph
129. Embubblement and Violence
130. Le implicature di Travaglio
131. Mezzo Campo
132. L'Ideologia
133. La società sessuale
134. Sull'Orgoglio
135. Apologia di Palamede
136. Ad Misericordiam
137. Principio di precauzione
138. Tollerare l'intolleranza?
139. Sul revisionismo storico
140. Omologa ed Eterologa
141. L'esclusiva dei Sogni
142. Red Herring
143. Disordinato o Disordered?
144. No, i broccoli no!
145. Sulla Deduzione
146. I Sensi e L'Autorità
147. Non solo scandalo
148. Scientifica o Umanistica?
149. Varallo
150. La coscienza delle piante
151. Il bosone di Sgreccia
152. L'oro e la fame
153. Loaded term: riduzionismo
154. L'amore di Cacciari
155. Darwin
156. Libero Arbitrio?
157. Aspirina e Stato Etico
157 b. Sul "linguaggio fascista"
158. Tre Luminari sull'Aids
159. Through doing morality
160. Socci e San Luca
161. Ad Humanitatem ed Essenza
162. C. Perelman
163. Leggere con la pennellessa
164. Azzeramento alla Polverini
165. Le Pene della Menzogna
166. Una strana coincidenza
167. Il discorso teologico moderno
168. Il gioco della veritá
169. IBE
170. Sul QI
171. Il Circo a Vercelli
172. L'alba della morale
173. Ti Estin
174. Una storia Inquinata
175. Arbitri e Umanisti
176. A colpi di straw man
177. Scienza o Multinazionale?
178. Pluralismo logico
179. Metafore e Verità
180. Diritto alla Carità?
181. Le Travagliate
182. Fallacia del finto tonto
183. It's me
184. Fatti e Interpretazioni
185. Lo scettro
186. Filosofia della Violenza
187. Il rifiuto di Protagora
188. Un messaggio di pace
189. Le massime
190. Il grattacielo e le rime
191. Sulla Coerenza
192. Embodied Cognition
193. Le scarpe più belle
194. Violenza soggettiva e sistemica
195. Sulla "Complessità"
196. Maschi e Femmine
197. Il cane sulla zattera
198. La Valvola di Sfogo
199. Neuroscienze a Vercelli
200. Voto consapevole?
201. Genocidio intellettuale
202. perle ai porci
203. Etica ed Estetica
204. Confabulazione
205. Una retromarcia?
206. I Saggi
207. Alessitimia
208. TdL
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210. Mostra o Minestra?
211. Fact Checking
212. Tutela al contrario
213. Philarghyrìa
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221. Tutto o Niente
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308. Satira e Diffamazione
309. Esempi personali e statistiche
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312. Filosofia Bene Comune
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321. Antropomorfismo?
322. Le persone pazienti
323. Superamento dell'utilitarismo
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325. Il bene relativo
326. Intelligenza e "razze"
327. Dire quello che si pensa
328. Neuroscienze e Diritti Umani
329. L'Obiezione dei Custodi
330. Sessismo e gruppi sociali
331. Ideologi dell'ideologia
332. Riduzione a fallacia
333. Parte in Causa su Radio Radicale
334. L'intelligenza delle emozioni
335. Dennett e Nagel a confronto
336. Fraintendere l'ad verecundiam
337. Fascinazione del contrario
338. Hater and not-me fallacy
339. Istruzioni per un uso consapevole
340. Solo una moda?
341. Nè scusa nè accusa
342. I linguaggi del vivente
343. Sul tatto
344. Nuove parole per l'autismo
345. Freedamned
346. Ne parlano i non ignoranti ...
347. Il cappello piumato
348. Io è una parola di tre lettere
349. Meritocrazia: altri volti
350. La fallacia della borsa di tolfa
351. La ragione dello sragionare
352. Tra inglesismi e indifferenziate
353. Il virus di Giulio Giorello
354. Sul politicamente scorretto
355. Sul negazionismo, variante
356. La tirannia della bellezza
357. Libertà personale e libertà del mercato
358. Fallacia della similitudine estesa
359. Le fallacie logiche sulle donne transgender
360. IRRIVERENDER
361. Il cercatore della pepita di letame
362. Dare voce alle ribelli locali
363. Credere alle cazzate
364. Passing e Sacrificio
365. Buon compleanno MARX, avevi ragione!
366. Patriarcato e moderno controllo della filiazione
367. Femminismo Materialista
368. Femminismo neoliberista e freedom fallacy
369. Libertà ma senza pollo, replica
370. Leggi e individui delle altre specie
371. Educazione sentimentale reazionaria


Fallacie logiche, fallacies, fallacie.

fallacie logiche
173. Ti Estin
domenica 28 ottobre 2012

Di  Sonia Caporossi

- E allora, ecco il suggerimento che bisogna cogliere: torniamo al punto, torniamo al dunque. Torniamo prima a ciò di cui vogliamo parlare. Torniamo, in una parola, alla cosa. -

Andiamo subito al dunque, che è poi il senso stesso di questi miei brevi appunti, gettati giù, alla rinfusa, in seguito ad infinite discussioni sul web e di persona, con amici, colleghi e conoscenti, circa lo statuto della filosofia del Novecento ed oltre.

C’è oggi, da ogni parte, una sorta di astio riposto e malcelato nei confronti della volontà di andare al punto, che non si giustifica se questa volontà viene concepita giustamente come tentativo, ricerca, argomentazione con un fine che non deve essere precostituito in via ipotetica preliminare, giacché l’individuazione di un riscontro qualsiasi dell’ipotesi preliminare, in quel caso, sarebbe impostura, e non certo, come occorre che invece sia, critica, sonda, scandaglio, tentoni.

“Ma come si fa in filosofia ad andare al punto, oggi: non esiste neanche un fine”, si risponde da più parti: certo, un fine non esiste almeno quanto non esiste più la medievale, confortante verità, e su questo, anche se bisogna accordarsi su che cosa significhi, non ci piove. Tuttavia, se pure l’essere non è pacificamente dato, il nulla non è il primum, giacché se lo fosse, insieme alla morte di Dio morirebbe anche l’uomo; e l’hanno dato per spacciato in molti, infatti, senza comprendere che per dar morto qualcuno occorre uno che dal di fuori gli scriva il necrologio, uno che sia vivo vegeto e pulsante: io sono morto. Dunque, se lo dico, sono morto o son vivo?

Qualora non esista fondamento se non struttura, quanto può risultare stridente la frase attraverso il cui enunciato un nichilista relativista affermerebbe di essere assolutamente convinto che tutto è relativo? L’inghippo è logico, è un pasticcio del linguaggio. Ed è questo proprio il bello del linguaggio, il fatto di render logici i paradossi logici, tant’è vero che si colgono, ma non per questo si possono sciogliere con migliore ventura. Ma allora, su quali basi si fonda una qualsivoglia argomentazione che pretenda di rendere ragione?

L’argomentazione come modus operandi è vivida in ogni indagine filosofica di tipo socratico, quella che affonda le radici nella millenaria domanda del Tì Estìn. Il punto è che da quando qualcuno ha detto che questa domanda non ha più senso, nessuno se la pone più. Certo che la domanda non ha senso se cerca la verità assoluta, perché, se io sono convinta che la verità assoluta non esista (e ne sono convinta assolutamente, in una contradictio in terminis subliminale), però dove sta scritto che una delle domande cardine della filosofia non ce la possiamo più fare? Se eliminiamo questa domanda dal novero dei domandabili, ammazziamo diversi organi della filosofia, e soprattutto, la colpiamo dritta al cuore.

E dunque, torniamo al punto, non chiamiamo filosofia quel modo di pensare che questa domanda non solo non se la pone, ma afferma anche che non possa essere posta: perché filosofia, quel modo di pensare, carissimi amici, non è. Così come non lo sono questi appunti, ad essa e ad un suo recupero, si spera, semplicemente preliminari. Ma andiamo per ordine e passiamo alla sordida ed annosa questione del relativo.

Il fatto che oggi i più siano assolutamente convinti del relativo, com’è ovvio, consiste in una tautologia bella e buona; questo lo si sa da Wittgenstein, in quanto la forma logico proposizionale soggetto-copula-predicato nominale “x è y” è la tautologia per eccellenza. Ma così, non mi stancherò mai di ripeterlo, proprio così funziona il linguaggio! Così funziona il nostro sistema di riferimento mentale! E allora, che dobbiamo fare, che strategia o forma di comportamento dobbiamo tenere, forse dovremmo aspirare a raggiungere l’eterna afasia?

Certo, la pretesa di originalità, nel pensiero filosofico, è un miraggio. Non c’è un solo filosofo del passato, a parte forse Talete, se non lo si consideri troppo influenzato dal mythos, che abbia pensato in modo autonomo.

Per Hegel la filosofia è la sua storia, Spinoza stesso può essere considerato un “anti-tropo” perché ad altri si è contrapposto; e ciò, mi si perdoni il gioco di parole, presuppone un presupposto, un precedente. In questo momento, lettore, tu sei hegeliano, anche per te la filosofia è la sua storia: ora, prova a invertire la rotta in una specie di rivoluzione copernicana ormai quasi incomprensibile ai più. Ci riesci?

È questo il punto: “La filosofia lascia tutto com’è”; e la potenza eversiva di quest’assunto wittgensteiniano è ciò che fa impallidire le filosofie falsamente eversive e che suscita in esse reazioni scomposte. Pensiamo ad un Deleuze che enumera l’alfabeto della filosofia nella famosa (e fumosa) intervista video, e se la prende con Wittgenstein con astio e rancore mascherati da scherno: è il prototipo di un comportamento degno di Cafaia, il Gran Sacerdote che per calcolo politico di autoconservazione vuole denigrare e mettere a morte Gesù come empio; è una forma di reazionarismo conclamato contro la vera rivoluzione. Eppure, con quella frase, Wittgenstein non dice altro che “torniamo al punto, torniamo al dunque”; e questo punto, questo dunque, non son le parole in quanto tali, ma il loro senso e il modo in cui arriviamo a coglierne uno fra molti e poi lo condividiamo in un orizzonte di senso comune. Altrimenti, io piglio una parola presa dal campo semantico e d’uso della botanica, rizoma, ci invento sopra un senso ad hoc come fanno i romanzieri, e ho fatto la mia filosofia; senza peritarmi di palesare se un qualcosa di simile al senso che attribuisco neologisticamente alla parola rizoma si sia dato, nella storia della filosofia, come pure è, già in precedenza; e senza domandarmi, in tutta onestà, se questa operazione di arbitraria attribuzione di senso che invece opero rientri nel campo della poiesis, piuttosto che della filosofia.

E allora, ecco il suggerimento che bisogna cogliere: torniamo al punto, torniamo al dunque. Torniamo prima a ciò di cui vogliamo parlare. Torniamo, in una parola, alla cosa.

Beninteso: io non ho niente contro la parole. Ci sono i romanzieri, ci sono i filosofi, e sempre più spesso dal Novecento in poi, ci sono i romanzieri – filosofi; il punto è che quando spingi avanti la parole, fai letteratura, quando spingi avanti la chose, non come oggetto, ma come concetto, fai filosofia. E questa constatazione, di fatto, offre il destro al possibile ritorno alla concezione di un fondamento di senso comune. Ovvero, in un certo qual modo, alla fuoriuscita dall’impostura intellettuale del Novecento, da un modo di “filosofare” che troppo spesso si è peritato di operare forzature nel senso comune, come fanno invece legittimamente i poeti, scardinando i sensi e camminando sul discrimine funambolico del non senso.

La maggior parte delle scritture filosofiche del Novecento partono da basamenti anapodittici, ed in quanto tali hanno l’incipit di narrazioni (come le chiamava, finalmente in modo esplicito, Lyotard, e come le chiama oggi, d’accatto, lo studentello di filosofia Nichi Vendola). Anzi, di più: sono narrazioni. Ma così facendo, hanno rischiato di perdere il proprio statuto filosofico, la propria condizione di filosofie. Citatemi un pensiero, un solo pensiero che non parta da basi assiomatiche nel Novecento. Il residuo dogmatico è proprio lì. L’inghippo è nel fumo venduto dal linguaggio. E questo vuol dire anche che la filosofia del Novecento è più antica di quanto si pensi.

Il problema è nella forma logica normale “x è y”; “x è y”, la forma della definizione: tutto l’inghippo sta lì. Ogni volta che definiamo qualcosa partendo da basi assiomatiche, stiamo dogmatizzando, perché ipostatizziamo un dogma presupposto, un dato per certo anapodittico, un quid indimostrato. Occorre ripartire, quindi, da una presa di posizione forte contro il nichilismo imperante ed il pensiero debole, che è debole non perché non possa essere forte, ma perché non fa palestra, cercando di analizzare al fondo i modi e gli usi del nostro linguaggio.

Qualcuno potrà obiettarmi che non si possa semplificare così tanto, nel senso che la complessità concettuale di un concetto non è ridotta a funzione. Ma io sto parlando dei presupposti, nel senso che praticamente tutta la filosofia del Novecento è antirazionalistica ed anticritica e tuttavia, guarda caso, assume il procedimento kantiano come fondamento. Persino l’ontologista contemporaneo prende il concetto di essere e per costruirci sopra la propria filosofia, parte da presupposti indimostrati ovvero definisce l’essere in qualche modo: il suo. Il procedimento, come si vede, è assiomatico, ed in esso, precisamente, trova sede quel residuo di dogmaticità che permane nel kantismo.

Facciamo un esempio. Euclide, definizione del punto, prima proposizione degli Elementi: “punto è ciò che non ha parti”. E’ un dato per certo, un presupposto, un postulato. Ancora oggi, il punto è ciò che non ha parti. Ma siamo proprio sicuri che sia così, non certo in senso oggettuale, quanto concettuale, o siamo semplicemente partiti da un presupposto, da un incipit di narrazione?

Questo è il metodo assiomatico – scolastico, noto a tutte le matricole delle facoltà di filosofia e di matematica, che serve per le dimostrazioni perché per svolgerle bisogna partire pur da qualche cosa. La circolarità ermeneutica, però, ne è esclusa, perché si tratta di un processo lineare ed antico come Euclide; apparirà chiaro, dunque, come la forma logica normale “x è y” si trova ancora alla base di gran parte della filosofia di ogni tempo e, siccome proprio così funziona il linguaggio, anche della filosofia del Novecento, nonostante le dichiarate morti e parricidi (della metafisica, del razionalismo, di Hegel, di Dio, dell’uomo e via discorrendo) che lungo il suo corso si sono avvicendati; proprio perché parte da presupposti, da incipit di narrazioni, anzi di più: da prologhi taciuti, già detti in precedenza da altri; ed in questo esser taciuti, risiede l’impostura; ché se fossero detti, non lo sarebbe più.

Appare così palese che quest’impostura filosofica del Novecento dice le stesse cose di prima in modo diverso, è rivoluzionaria per finta, e dunque, non scopre nulla, ma “lascia tutto com’è” (Wittgenstein). Proprio per questo si differenzia dalla scienza, e ciò non sarebbe un male, se non l’avesse in larga parte fagocitata, ingabbiando la scienza nelle vetuste sbarre dell’indecidibilità, facendo in modo, insomma, che si passasse da “la filosofia lascia tutto com’è” a “la scienza lascia tutto com’è”: senza la minima possibilità di scoperta, con la sola funzione replicante della differenza e della ripetizione.

Ecco perché occorre urgentemente una rivoluzione che riapra il campo (scientifico) ad una logica della scoperta e, di conseguenza, ad una circolarità ermeneutica vera, non dissimulata dietro a rivoluzioni di pensiero con i piedi di argilla. Si potrebbe quindi tentare di attuare una proposta: si può cominciare cambiando impostazione e metodo, ovvero passando dal metodo assiomatico di derivazione aristotelica al metodo euristico di ascendenza platonica, come nell’ambito degli studi di logica matematica dello Studium Urbis già si tenta di fare da una decina d’anni [1]. Da un metodo antico ad uno addirittura precedente, ma caduto nel dimenticatoio, il quale però sembra un buon punto di partenza per attuare scoperte scientifiche che non siano semplicemente forme di impostura velate di neologismi.

Infatti, occorre ribadirlo, i filosofi di oggi non scrivono romanzi, ma narrazioni, cioè aleatorietà indimostrate, il ché, per un filosofo, è la morte, a meno che non abbia già ucciso la scienza, la conoscenza, ed allora non sia più un filosofo, come infatti a me da un bel pezzo pare e come ho cercato di dimostrare in precedenza applicando quest’analisi, ad esempio, alle nuove metodologie storiografiche del Novecento (si veda qui, qui e qui) [2].

Se il trilemma di Munchahusen, nella sua doppia formulazione, afferma che non c’è modo logico per affermare verità assoluta, trovandomi d’accordo, il problema è quanto il costruttivismo abbia utilizzato quest’affermazione, nella terza modalità, quella assiomatica anapodittica, per dare il via al creazionismo neologistico e alla notte in cui tutte le vacche sono nere. Ovvero: va bene, conversando con Apel, con Popper, con Heisenberg, con Goedel eccetera che la verità assoluta non si dia in quanto tale. Ma non va bene quando, sulla base di questa certezza (“Assoluta?”) si dà il via libera alla sparatoria nel mucchio, autorizzandosi alla libera inventio concettuale, che è quanto io penso abbia fatto, ad esempio, il povero Deleuze, spesso oggetto esemplare delle mie critiche, in quanto le sue neoformazioni concettuali sono troppo marcate in questo senso, derivando da opere di inventio e poietica adattate surrettiziamente a dimostrare tesi di partenza date per buone. Laddove, beninteso, è la dimostrazione che si piega all’ipotesi, non il contrario. Catherine Clément, in un colloquio del 1980 con Gilles Deleuze intitolato Dall’Edipo a Millepiani, riporta, e ciò si prenda come un dato estremamente significativo quale è: “Oggi, ogni violenza, verbale o scritta, si è come sopita da sé per eccesso d’uso: tutto è già stato attaccato. Del resto, già nel 1972, quando obiettavo appunto a Gilles Deleuze, che tutte le critiche mosse contro Freud non erano delle “novità”, mi ricordo di averlo sentito rispondere: “ – mi diceva – ma noi, noi siamo degli stilisti[3]. Deleuze e Guattari sapevano perfettamente di scrivere narrazioni; Foucault, molto onestamente, non si peritava di definirsi filosofo; ed il loro bello stile è indubitabile. Allora perché li consideriamo tali noi?

Per fare un esempio, non è un caso che lo stesso Gianni Vattimo riconosca in Thomas S. Kuhn una certa “estetizzazione della storia della scienza” come “sintomo e manifestazione conclusiva” di ciò che “si può chiamare la centralità dell’estetico […] nella modernità”, “non tanto o solo dell’estetica come disciplina filosofica, ma dell’estetico come sfera dell’esperienza, come dimensione d’esistenza che assume così un valore emblematico, di modello, appunto, per pensare la storicità in generale” [4]. Ma in questo assunto, Vattimo non si accorge di fare proprio al caso nostro e poco al caso suo, perché, per il suo tramite, si potrebbe definire ed avvalorare ciò che sto affermando sia successo, ovvero la malaugurata perdita di scientificità in senso storico da parte delle varie scienze gnoseologiche ed epistemologiche, e si potrebbe tentare una definizione precipua del processo di sviluppo di quella inventio costruttivistica, in filosofia, che sto cercando di delineare come accaduta in senso storico.

È certo, infatti, che sia avvenuta un’estetizzazione dei fenomeni storici, fra cui la scienza, proprio in virtù della quale Vattimo dà per buono il pensiero debole (col ragionamento implicito che se ciò è accaduto in senso storico, il pensiero debole doveva in qualche modo manifestarsi come unica via per forza di cose: ma questo è un peccaminoso ragionamento deterministico: debole sì, ma in un altro senso!). È accaduto, più semplicemente, che ad un certo momento della nostra storia abbiamo evinto la tautologia essere la base, il fondamento del linguaggio stesso. Infatti, senza processo tautologico, neanche penseremmo: ecco la grande presa di coscienza del presunto pensiero debole, in realtà, hegelizzando, “la festa e la forza” del pensiero. Rimandiamo la mente al Tractatus wittgensteiniano come al punto di svolta in questo senso, alla pietra miliare dopo la quale non si può più tornare indietro. Si vede bene che l’aletheia è ormai irrimediabilmente problematizzata; che non vuol dire dileguata, ma discussa in modo tale che qualsiasi punto di osservazione, heisenberghianamente, modifica e deforma l’intero sistema veritativo; compreso, si badi bene, quello dubitativo. Allora, che senso ha parlare di pensiero debole contrapposto ad un pensiero forte, se il linguaggio è tautologico perché così è, se l’aletheia manifestantesi in absentia è ed è stata sempre la sua stessa natura? E questa posizione non necessariamente è nichilistica: nichilismo è affermare assolutamente che la verità non esista, non certo riconoscerne il travaglio, in un parto cesareo in cui il forcipe ferisce il reale nel tentativo di afferrarlo per successive approssimazioni. Nichilismo è dare per morta la scienza, la scoperta, la logica dei sistemi aperti, affermando invece falsamente di starci dentro e di esserne i portavoce proprio in virtù di quella presunta morte, quando invece si rimane immersi nelle pastoie immobilizzanti dell’assiomatica, dell’aristotelismo e dei sistemi chiusi.


[1] Si tratta di un metodo logico – matematico molto antico ma caduto in disuso e dimenticato, che è tornato in auge in seguito alle recenti ricerche di studiosi romani nel campo della logica matematica (Carlo Cellucci nel suo Le ragioni della logica Bari – Roma 2005 e in studi successivi, e il suo giovane allievo Emiliano Ippoliti).

[2] Nel mio saggio sulla scuola delle Annales, pubblicato in due puntate su Critica Impura a marzo del 2011 e successivamente, in forma unitaria riveduta e corretta, su Storia & Storici esattamente un anno dopo, decostruisco l’istanza pseudoscientifica di quella scuola storiografica con queste stesse armi analitiche, individuandone le magagne al fondo.

[3] In Gilles Deleuze, Immanenza, Milano – Udine 2010, p. 33.

[4] G. Vattimo in La fine della modernità, Milano, p. 103, riferendosi a T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino 1967.

http://criticaimpura.wordpress.com/2012/10/15/nichilismo-tautologia-poietica-e-travaglio-dellaletheia-una-riflessione-sullimpostura-filosofica-per-tornare-al-punto/


 

 
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