405. Antispecismo non vegano?

 Di feminoska

La finiamo con la supercazzola dell’antispecismo non vegano?

Il veganismo antispecista non corrisponde a un’identità personale o una performance di purezza, ma è una scelta politica minima: sottrarsi per quanto possibile alla partecipazione attiva alla violenza sistemica contro gli animali non umani.

Il veganismo è un atto di diserzione dallo specismo: le eventuali eccezioni non invalidano la regola, la rafforzano! Casi di malattia, povertà, disabilità, isolamento geografico o culturale, sono condizioni reali in cui il veganismo può essere difficile o impossibile e devono essere trattati con cura e solidarietà, non come alibi per normalizzare lo sfruttamento animale. Usare tali eccezioni per giustificare il fatto che chiunque possa definirsi antispecista pur continuando a mangiare animali è eticamente scorretto, perché generalizza casi limite per evitare il cambiamento nei contesti dove il veganismo è perfettamente praticabile.

Essere antispecist* può assumere forme diverse a seconda delle condizioni materiali, culturali e storiche. Ma in ogni caso implica una resistenza attiva allo sfruttamento animale, non una sua normalizzazione.

Il veganismo non è opzionale nell’antispecismo!


Sostenere che si possa essere antispecist* a prescindere dal veganismo equivale a dire che il corpo dell’altr* non conta, che la violenza strutturale può essere teorizzata ma non contrastata nella pratica quotidiana. È un’idea che svuota l’antispecismo del suo potenziale trasformativo. Il punto non è la coerenza assoluta, ma l’intenzione di diserzione attiva dal sistema oppressivo.