Chi parla di "antispecismo non vegano" o "femminismo antispecista non vegano" non considera l'antispecismo un movimento di liberazione. Lo considera o una mera filosofia (il fantastico mondo delle idee contrapposte) negante la superiorità umana o una semplice lente per indagare (senza attaccarlo in alcun modo) il capitalismo. In questo senso si può essere tranquillamente antispecist3 e avvalersi, di fatto, del diritto del più forte, o comunque partecipare ai meccanismi di oppressione, purchè senza appoggiarsi a idee di intrinseca superiorità (cognitiva e quant'altro). Questo "argomento" è stato portato avanti per la prima volta da persone vicine al mondo della sperimentazione coatta, a oggi viene utilizzato da intellettuali sedicenti antispecisti per poter essere accettat3 nei migliori salotti evitando il conflitto tra pari.
"Tranqui, puoi mangiare carne ed essere antispecista, femminista, socialista" e segue tutta la lista della spesa.
Socrate partiva sempre dalle definizioni e definire l'antispecismo quale movimento di liberazione è rilevante al fine di mettere in evidenza la materialità dell'oppressione in cui un approccio politico e sistemico non può essere disgiunto dal primo e irrinunciabile atto di solidarietà verso individui di altre specie, non riducibili a referenti assenti.
In un epoca storica in cui si rileva addirittura un “eccesso” di informazione in cornici autoreferenziali (libri, articoli online, social media, conferenze, festival) contrapposto a un apporto minimo di lotta propriamente detta (agente sui rapporti di forza e quindi sempre con costi elevati in termini di repressione e/o esclusione sociale), delegittimare il veganismo equivale a non portare avanti nulla se non il proprio ego e i propri interessi economici.