In “Afro-ismo” (2017) Aph e Syl Ko raccontano di come le persone nere reagiscano con forza alla parola ANIMALE quando viene usata per fare un confronto o per riferirsi a loro. Dopotutto, l’etichetta di animale è stata, e continua a essere, una delle più distruttive che siano mai state affibbiate. Racconta Syl Ko che agli inizi era quel tipo di attivista nera, quella del “Anche noi siamo umani!”. Oggi, al contrario, mette in discussione questa strategia, la strategia di affermare la propria umanità – l’umanizzazione – che è molto simile all’animalizzazione. Il suo scopo è rendere evidente che voler essere considerati umani, in una prospettiva storica, è razzista.
Coloro che hanno dato priorità alle capacità razionali e hanno creduto che le loro pratiche li separassero dalla “natura” sono proprio quelli che hanno deciso quali comportamenti fossero da “animali” e quali no. Dal momento che hanno introdotto il costrutto sociale della razza a proprio vantaggio, i bianchi europei hanno designato sé stessi e i propri punti di riferimento come costitutivi dell’“essere umano”. Avevano il potere di universalizzare la bianchezza in quanto umana. Quindi, il nuovo linguaggio della razza ha postulato l’“umano” come bianchezza naturalizzata.
Umano significa bianco. L’umanizzazione è piuttosto l’atto di affermare la propria somiglianza con gli “umani”, ovvero con i bianchi.E quindi sia umano che animale sono costruzioni arbitrarie di chi ha il potere. Tutto ciò che non ha un’aria di familiarità bianca è “esotico”, “primitivo”, “irrazionale”, “animalesco”.

