Contestualizzare chi? Potere, responsabilità e uso politico del contesto
Contestualizzare significa interpretare idee e pratiche alla luce delle condizioni storiche, sociali e culturali in cui sono emerse. È uno strumento essenziale per comprendere il passato senza cadere in anacronismi. Tuttavia, il suo uso non è mai neutro: può servire tanto a chiarire quanto a giustificare. Una riflessione critica impone allora di chiedersi non solo se si debba contestualizzare, ma soprattutto chi viene contestualizzato — e con quali effetti.
La nostra tesi è che la contestualizzazione venga applicata in modo selettivo, spesso a vantaggio di figure dominanti: pensatori, scienziati, leader politici o religiosi dotati di ampio accesso alla cultura e al potere. In questi casi, il richiamo al contesto tende a trasformarsi in una forma di attenuazione della responsabilità. Al contrario, le persone comuni, prive di voce storica e di capitale culturale, raramente beneficiano dello stesso trattamento: non vengono “contestualizzate”, ma semplicemente assorbite come sfondo anonimo del loro tempo.
Questa asimmetria è problematica. Se la contestualizzazione serve a comprendere i vincoli reali dell’azione umana, allora dovrebbe applicarsi più facilmente a chi aveva meno strumenti per pensare e agire diversamente, non a chi ne aveva di più. Eppure accade spesso il contrario: si tende a giustificare proprio coloro che, per posizione sociale e accesso al sapere, avevano maggiori possibilità di elaborare visioni alternative.
Gli esempi storici rendono evidente questa tensione. Le teorie della gerarchia razziale sviluppate in età moderna non possono essere considerate semplicemente “figlie del loro tempo”, soprattutto dopo eventi come la Rivoluzione haitiana, che dimostrò concretamente la capacità degli schiavi di organizzarsi e rovesciare un sistema oppressivo. In questo contesto, continuare a sostenere l’inferiorità dei neri non era un limite inevitabile della conoscenza, ma una scelta funzionale al mantenimento del dominio. Impossibile non pensare a Kant, che oltre a formulare teorie razziste non si schierò mai esplicitamente contro la schiavitù, contrapposto magari a Olympe de Gouges, che invece fu attiva in campo abolizionista, con un saggio dedicato, pur non esente da pensieri stereotipati.
Allo stesso modo, le posizioni di Charles Darwin sull’inferiorità femminile non furono universalmente accettate. Darwin fu contestato da femministe del suo tempo e già pensatrici come Christine de Pizan o Mary Wollstonecraft e altre figure critiche avevano messo in discussione le gerarchie di genere. È difficile, dunque, sostenere che tali idee fossero semplicemente inevitabili: esse convivevano con alternative già formulate. E proprio per questo, contestualizzare Darwin come “uomo del suo tempo” rischia di diventare un modo per attenuare la responsabilità di una figura altamente istruita e influente. Mettiamo anche a confronto Kant e Condorcet, contemporanei, nello stesso contesto. Oppure (sul tema “razza” e donne) Louise Michel e Paolo Mantegazza, anche contemporanei.
Un discorso analogo vale per istituzioni come l’Inquisizione. Anche qui, il contesto non era monolitico: esistevano tensioni, resistenze, obiezioni. Ridurre tutto a “era così” significa adottare il punto di vista del potere che ha imposto quella configurazione: introducendo il reato di fantasia (combutta con il diavolo, dal quale era impossibile difendersi) si assiste all’introduzione di un nuovo elemento, una retrocessione rispetto a normative precedenti, parimenti basate su tortura e pena di morte.
Da questi esempi emerge un criterio decisivo: quanto maggiore è il potere e l’accesso alla conoscenza di un soggetto, tanto minore dovrebbe essere la forza attenuante della contestualizzazione. Chi dispone di strumenti culturali, visibilità e autorità non può essere trattato come un semplice prodotto passivo del proprio tempo. Al contrario, è proprio da queste figure che ci si può aspettare una maggiore capacità critica.
Questo rovesciamento ha implicazioni anche per il presente. Nel caso dell’antispecismo, ad esempio, la disponibilità di informazioni, studi e alternative pratiche è ormai ampia. In questo scenario, invocare la contestualizzazione per giustificare lo sfruttamento animale appare simile ai meccanismi già osservati: un modo per trasformare una pratica contestata in qualcosa di ancora inevitabile. Ma se questo vale per il presente, vale a maggior ragione per soggetti contemporanei con accesso a istruzione, mezzi e informazione.
Altro quesito importante: quanti rinomati pensatori del passato e del presente non si esposero o non si espongono esplicitamente al fianco delle soggettività oppresse per il timore di essere marginalizzati o perdere in popolarità, con conseguenti perdite economiche e di prestigio socioculturale? E chi è diventato famoso a scapito di chi, per le medesime ragioni?
Ciò non significa eliminare del tutto la contestualizzazione. Essa resta fondamentale per comprendere le condizioni materiali e simboliche dell’azione umana, soprattutto per chi viveva in situazioni di forte limitazione. Tuttavia, il suo uso deve essere calibrato: non può funzionare come scudo per le élite culturali e politiche, mentre lascia senza spiegazione le condizioni delle masse.
In conclusione, il problema non è la contestualizzazione in sé, ma la sua applicazione selettiva. Se usata criticamente, essa può illuminare i vincoli del passato; se usata politicamente, finisce per legittimare il potere antico e presente. Riformulare il suo uso significa allora operare un’inversione: contestualizzare di più chi aveva meno possibilità, e chiamare maggiormente alla responsabilità chi, anche nel proprio tempo, aveva gli strumenti per vedere oltre. Questo vale a maggior ragione per il mondo scientifico (persone con il piú alto grado di istruzione e possibilità di accesso al sapere), laddove i movimenti di liberazione precedono quasi (il quasi solo per cautela) sempre la “scienza”: quando a dibattito sono gerarchie sociali, la scienza è ben lungi dall’evolversi grazie al metodo scientifico ovvero a processi interni di autorevisione. Sono i movimenti di liberazione ovvero processi esterni a quelli della comunità scientifica a dare le scosse necessarie alla revisione dei bias.
