348. Io è una parola di tre lettere

di SERGIO STURE

Un romanzo breve (qui a seguito un estratto)  che ha l’ambizione di raccontare il lato meno conosciuto di un disagio, la balbuzie, che colpisce l’1% della popolazione mondiale:  l'immenso iceberg di frustrazioni, vergogne, luoghi comuni e incomprensioni, del quale la parola interrotta rappresenta solo la punta. E si propone di farlo attraverso la storia di Dody, delle sue parole spezzate, della sua famiglia spezzata e della scoperta dell’amicizia attraverso la quale riuscirà a riappacificarsi con il mondo dell’infanzia, fino ad allora così ostile.

Io è una parola di tre lettere.

1.

Piovve anche quel mattino, sul cortile di zainetti già fradici e di sudice vetrate. Ma alla notizia dell’assenza dell’insegnante di matematica i bambini esultarono felici come uno stormo di rondini a primavera.

Una supplente al posto dell’insegnante di matematica avrebbe significato due ore di lezione in meno e due ore di dialogo in più; e per questo, ovviamente, i ragazzi erano così contenti mentre io, al contrario, me la facevo sotto.

Letteralmente.

Anche a me, naturalmente, sarebbe piaciuto gioire all’annuncio dell’assenza della professoressa di matematica, ma ogni volta, con ogni nuova supplente, bisognava ripresentarsi.

E questa cosa di doversi ripresentare, ogni volta, mi dava il tormento.

Sì, d’accordo, so che espressioni quali terrore e tormento possano risultarvi eccessive se riferite ad un banale appello della scuola dell’obbligo, ma chi non conosce la crudeltà della scimmia a nove lingue che dallo stomaco si arrampica fino alla gola e ti soffoca le parole,  non può certo capire cosa intendo dire quando dico farsela addosso prima di doversi presentare.

La scimmia a nove lingue, voglio essere chiaro, ti salta addosso, proprio nell’attimo prima in cui stai per pronunciare la prima parola, e ti scuote il corpo, che diviene albero tremante.

E ti scuote poi violentemente la gola, che trema come i calzini stesi al vento, fino a farti vomitare la merenda amara della parola balbettata, che rotola quindi sui sorrisi schifati e sullo stupore altrui.

E non rimane altro da dire o da fare, che aspettare che la scimmia ti divori un pezzo di stomaco e di orgoglio e vada via. Mentre gli altri ti studiano dalla testa ai piedi come un albero nudo senza foglie.

Mi chiamavano Dody, a proposito, e sono balbuziente.

Do-Do-Do-dy.

La supplente entrò in classe con un cappotto grigio e il passo leggermente trascinato, mentre la luce a neon  le faceva brillare i capelli, come quelli delle bambole dei luna park o come le spine della mia corona di sfigato della classe.

Ed io, come sempre in quelle occasioni, presi a studiarle ogni movimento delle mani, del capo e degli occhi, ricercando, in ognuno di questi, un qualche indizio in grado di farmi comprendere se “fosse già stata informata” e mi avrebbe quindi risparmiato dalla presentazione o se, invece, avrebbe dato serenamente il via alla caccia alla volpe delle mie parole impaurite tra i silenzi.

Ed a seconda dell’aspettativa che ogni suo gesto pareva suggerirmi, il suo sorriso mi risultava di volta in volta amico, nemico, di bambola, di strega.

Non era un comportamento analitico o razionale, ovviamente. Era un istinto primario, legato all’esperienza dei mie pochi anni e alla sopravvivenza.

Vedevo cose che gli altri bambini non vedevano, sentivo cose che gli altri bambini  non sentivano, morivo su parole sulle quali il resto del mondo gioiva.

 “Buongiorno ragazzi! Sono felice di essere qui con voi, oggi. Mi chiamo Susanna e per oggi sarò la vostra supplente di matematica”

 Sarò la vostra supplente

“Sa-rò la vo-stra sup-plen-te – Sup-plen-te”

Quante “S” e quante insidiose sillabe conteneva quella frase?

Le contai mentalmente una per una, smarrendomi come ci si smarrisce contando le stelle nel cielo di inverno, e ritraendomi, quindi, incredulo e sconfortato, sul mistero della facilità con cui riusciva a sbatterle in faccia alla classe.

 Stai calmo e respira profondamente, prima di iniziare a parlare” mi ripetevano continuamente le persone che mi stavano intorno,  ma io sapevo che anche in quell’occasione non sarei riuscito a far altro che scavare un nascondiglio nel mio stesso respiro, trattenendolo e rendendolo simile al ghiaccio, per poi infilarci dentro alcune immagini di me felice e due preghiere.

Decisi infatti di arrendermi al destino e cercai di prepararmi, come meglio potevo, al momento della presentazione.

Non ero mica uno scemo, in fondo; avevo vissuto questo copione decine di volte, avevo perso quella stessa battaglia decine di volte.

Con altre supplenti, con altre professoresse, con altri ascoltatori increduli.

A cominciare da Saretta, ogni ragazzo si sarebbe alzato, avrebbe impostato un sorriso ammiccante e avrebbe cominciato la propria presentazione, iniziando dal proprio nome e dalla propria età, per poi imbastire un breve ma compiaciuto elenco delle proprie passioni.

Era ovvio che sarebbe andata così.

“Buongiorno, mi chiamo Saretta. Mi piace tanto la matematica e da grande vorrei diventare infermiera.”

In-fer-mie-ra.

Ed anche quel mattino gli eventi seguirono il percorso che già conoscevo, con la supplente che issò al neon il suo indice-artiglio rosso sangue ed, indicando Saretta, diede inizio alla conta.

Lentamente, dal primo banco fino al mio.

Uno ad uno. Poco a poco.

Come tessere di un domino dell’orrore, osservavo i ragazzi alzarsi di banco in banco, presentarsi allegramente e tornare a sedersi.

Una tessera dopo l’altra, un alunno dopo l’altro, una presentazione dopo l’altra, un sorriso dopo l’altro, il terrore faceva capolino come un sole malato tra le nuvole, pronto a dar nuova vita alla mia inadeguatezza.

Ogni ragazzo si passava la chiave che avrebbe liberato la scimmia a nove lingue mentre io tamburellavo le dita sulla gamba e cercavo di immaginarmi nel momento di presentarmi alla classe.

Su quale lettera mi sarei bloccato? Quale sillaba buffa e ripetuta avrebbe attirato i sogghigni maligni dei bambini? Sarei potuto scendere ancora più in basso di quanto già non lo fossi, nella classifica degli sfigati assoluti della classe?

“Mi chiamo Tommaso, ma gli amici mi chiamano Tom. Mi piace molto la chimica e vorrei lavorare in un casa farmaceutica, come mio padre”

“Mi chiamo Andrea e la mia materia preferita è l’inglese. Vorrei impararlo bene per andare a giocare nel Manchester United, visto che sono anche un bravo attaccante”

La pioggia continuava a colpire i vetri, con milioni di piccole gocce trasparenti.

Se solo fossi stato trasparente anche io avrei potuto saltare il mio turno e tornare a respirare.

Invece ero ancora lì e riuscivo ancora a vedermi le mani mentre le sue dita scandivano il ritmo delle presentazioni dei bambini, come corde di un’arpa che mi legava il respiro, imbavagliandolo.

Respiravo con minuscoli respiri sufficienti solo a tenermi in vita e a non disperdere energie verso altre attività fisiche che non fossero la auscultazione attenta dei movimenti esterni, dei passi dei bambini-lupo che si avvicinano al mio corpo.

Ero un piccolo dottore stolto incapace di una cura per la propria malattia.

Completamente assorto nel calcolo della distanza che mi separava dal momento della vergogna, mi ero ormai fatto puro ascolto, prima di divenire pura afonia, continuando a  gingillarmi con lo sfigmomanometro della mia paura.

Non sentivo più la pioggia, eppure ero bagnato.

Non sentivo più i pensieri felici, dove li avevo smarriti?

Riuscivo a captare l’impercettibile brusio del neon, mentre le parole idonee mi sfilavano nella mente, come in una passerella di modelle candidate a “Miss salva discorso”.

Le esaminavo rapidamente apprestandomi a scegliere non  la più bella, non la più nobile, né la più calzante, ma la più facile.

La fatina facile che mi avrebbe aiutato ad aprire il discorso.

“Molto bene, grazie Tommaso. Adesso sentiamo te”

“Oh grazie mille Andrea, che bella presentazione, adesso ascoltiamo il tuo vicino di banco”

Ogni volta cercavo di prepararmi il discorso nella mente.

Ne soppesavo ogni pausa ed ogni parola.

E sembrava sempre così facile, nella mia mente, così fluido, così naturale.

Scorreva sempre così agilmente fino momento di pronunciare la prima sillaba ed a quel punto, puntualmente, il silenzio mi afferrava la gola.

Buongiorno, mi chiamo Dody e ho molti interessi, i principali dei quali sono la prestidigitazione e il nuoto. Mi piacerebbe intraprendere la carriera di prestigiatore professionista, per questo motivo sono un grande ammiratore di Houdini”

Bella presentazione, avrebbe certo fatto un gran colpo.

Figata! Ma impossibile da pronunciare.

Ripresi a formulare tutte le possibili combinazioni di presentazioni. Cesellando accuratamente tutte le parole che non cominciassero per “B”, per “Sc”, per “V” e per “M”, ovvero per tutte quelle lettere o sillabe che proprio mi era impossibile pronunciare.

Non potevo fare a meno di muovere nervosamente le mani sulle gambe, facendole scivolare in avanti e indietro sotto il banco, come per ungere le frasi che andavo intessendo nel cervello e agevolarne quindi la pronuncia.

Mi chiamo Dody e mi piace la prestidigitazione

Mi chiamo Dody e mi piace il nuoto

No, no, la “m” proprio no… “Sono Dody e mi piace la prestidigitazione

No, la prestidigitazione avrebbe fatto ridere.

Sono Dody e mi piace il nuoto

Sono Dody e faccio nuoto

Sì, questa poteva andare.

Sono Dody e faccio nuoto. Sono Dody e faccio nuoto. Sono Dody e faccio nuoto

Forse ce l’avrei fatta.

“Buongiorno Signora Professoressa, mi chiamo Leonardo e la mia più grande passione è l’astronomia. Mi affascina scrutare le stelle e perdermi tra le galassie. Per questo vorrei fare l’astronomo.”

“Sono Dody e faccio nuoto” 130 battiti cardiaci al minuto.

“Che cosa interessante, Leonardo. Tu sei affascinato dalle stelle e noi tutti siamo affascinati da te, vero ragazzi?”

Ecco, il mostro era ormai arrivato a ringhiarmi accanto, doveva anzi avermi già addentato un polpaccio, a giudicare dall’intenso dolore.

“Sono Dody e faccio nuoto” 130 battiti cardiaci al minuto.

“Grazie Leonardo, adesso sentiamo il tuo vicino”

Vicino. Vicino.

Vicino.

Troppo vicino.

Il tempo era arrivato. Il mostro era arrivato.

La scimmia a nove lingue scalpitava feroce e i bambini erano pronti al circo atroce del mio parlare.

Già se la ridevano, lo sapevo.

Era uno spettacolo, d’altronde.

In caso ancora non lo sapeste, i ragazzi mi chiamavano Dody e-e-etchiù. E se la sghignazzavano della grossa, su quel e-e-etchiù.

Ri-sa-te.

Grasse risate pronte ad esplodere nel momento preciso in cui la supplente lupo ha sferrato il suo artiglio smaltato contro di me, colpendomi dritto sulla gola.

Lorenzo aveva liberato la scimmia.

La scimmia era libera.

“Sono Dody e faccio nuoto”

“Sono Dody e faccio nuoto”

“Sono Dody e faccio nuoto” continuavo a ripetermi incessantemente nel cervello.

140 battiti cardiaci al minuto.

Invocai il mio angelo, invocai gli dei della pioggia, invoco lo spirito dell’orsetto Bobby.

Provai a pronunciare la prima “S” di “Sono”, mentre dondolavo in avanti per cercare di espellerla.

Come un colpo di tosse.

Come un materiale organico doloroso.

Dondolavo sulla mia schiena e sul mio polpaccio addormentato, come un gatto morto. Le mani paralizzate sulle cosce.

Solo il rumore della pioggia e le risate sussurrate dei bambini. Queste ultime simili a malefici di stregoni nani.

Invocai ancora il mio angelo e gli dei della pioggia. Ma nulla sembrò funzionare. Nessuno rispose.

Non gli angeli, non gli dei. Men che meno il mio nome ancora incastrato tra i denti e la gola.

Era uno spettacolo di magia, d’altronde.

Ero palesemente braccato nell’angolo soffocante del mio terrore, in cerca di uno scampo. Che non arrivò se non col mio tacere non voluto, con le risate finalmente liberate della classe, con la rabbia della supplente e con la nota sul registro.

Nota stonata di una malinconica melodia.

Non fui neanche solo Dody, in quella mattina di pioggia fitta.  Rimasi solo balbuziente.

Do-dy e-e-e-tchiù.

2.

Fu proprio a causa di quella nota che la notte mi ritrovo a dormire in cantina, e non nel letto della mia cameretta.

Mia madre non l’aveva presa affatto bene, questa storia della nota. E per punizione aveva deciso di farmi trascorrere la notte sulla branda, lì in cantina.

Sapeva bene che non mi piaceva.

Sapeva bene che l’odore di umido e di polvere della cantina mi scatenava l’allergia che mi faceva tossire forte fino a farmi diventare viola.

E sapeva anche che lì faceva freddo e che avevo paura del buio.

E non si vedeva neanche uno spicchio di luna, quella notte, dalla finestrella semichiusa.

Proprio quel giorno in cui avrei voluto chiedere a mia madre di poter acquistare quel nuovo libro di magia  visto in libreria, mi ritrovai con una nota sul registro.

Che sfiga.

Sfi-ga.

Infatti non glielo chiesi. Non ne ebbi il coraggio.

Credo che la balbuzie e la magia fossero le cose che lei detestasse maggiormente. Oltre all’amichetta di mio padre, ovviamente.

Tutti pensavano che la balbuzie dipendesse da me, ma ovviamente non era così.

Erano tutti esperti nell’essere convinti che fosse sufficiente stare calmo e non agitarmi, ma non era così.

Non è così facile.

Non c’è niente di facile, nella vita.

Gli adulti che mi dicevano di stare calmo, avrebbero dovuto saperlo.

Io l’avevo già imparato.

Poi c’era il fatto che mi vergognavo di questa passione per la prestidigitazione.

Cioè, mi vergognavo di dire agli altri che mi piaceva.

Perché non interessava a nessuno, mi pareva.

Come a nessuno interessava il motivo per il quale mi ero rifiutato di fare la presentazione con la supplente di matematica.

A nessuno.

Neanche mia madre mi aveva domandato spiegazioni a riguardo, a dire il vero.

Cioè, la supplente aveva scritto sul registro che mi ero rifiutato di alzarmi e pronunciare il mio nome e per questa ragione mi aveva messo una nota.

Ma nessuno mi aveva chiesto perché mi fossi rifiutato di alzarmi.

Cioè, mia madre lo sapeva, naturalmente. Ma non le piaceva. Ed era per questo che non mi aveva chiesto spiegazioni e mi aveva punito.

Non le piaceva proprio il fatto che io balbettassi, specialmente da quando aveva ricevuto quella lettera dal giudice, e cercava di farmelo capire in ogni modo.

Ma senza fare dirette allusioni.

Si limitava a dire che non capiva perché mi ostinassi a parlare in quel modo da deficiente e che se non la avessi smessa io di mia iniziativa con le buone, ci avrebbe pensato lei a farmi smettere, con le cattive.

Ma mi domando cosa possa esserci di più cattivo di non riuscire a pronunciare il mio nome, il proprio stesso nome che non riesce a divenire parola compiuta.

Sulla mia stessa lingua, con la mia stessa voce.

Lo mandavo giù come un boccone amaro, invece di pronunciarlo a voce alta, in piedi, davanti alla classe e alla supplente di matematica, facilmente come facevano tutti gli altri.

La ingoiavo così di colpo che quasi mi tagliava la gola.

E rimaneva giù, in fondo allo stomaco.

Come lo spicchio di cielo piovoso caduto quella notte in quell’angolo puzzolente di cantina buia, che aveva poi il colore del mio cuore.

E se il suono del mio nome non prendeva forma, mi accorgevo di non avere forma neanche io. Di non esistere. Se non sotto forma di sorriso malefico sulle labbra dei bambini. Quindi non sulle mie.

“Sarò la vostra supplente di matematica.”

Ma come accidenti si riesce a pronunciare tutte quelle esse con così tanta facilità!

Infilai la testa completamente sotto la copertina, come per immergermi in una vasca d’acqua calda.

Sarei voluti annegare. Avrei voluto morire. Mi mancava la mia cameretta e il profumo delle lenzuola pulite appena stirate dalla signora Elda.

Desideravo  sparire come Houdini in una vasca piena d’acqua.

E quella notte il mio cuore era una stanza senza tetto: non riparava dalla pioggia né dai pensieri della notte; ne veniva anzi fagocitato, come in una goccia. Che  poi nient’altro era che una lacrima di sale.

(...)