416. “Gli strumenti dei padroni” in chiave reazionaria

La paradossale strumentalizzazione di Audre Lorde contro le vittime ( sistemiche o no). Riflessione frutto di un lavoro collettivo in sedi femministe e transfemministe.

L’idea degli strumenti del padrone che non smantelleranno mai la casa del padrone, formulata da Audre Lorde, viene spesso citata nel dibattito pubblico. In alcuni casi viene usata piú o meno  correttamente in seno alla critica radicale delle istituzioni  in un mondo patriarcale capitalista e colonialista; in altri, però, viene strumentalizzata in modo reazionario fino a produrre un effetto inverso: scoraggiare le vittime dal denunciare soprusi o violenze. Questa seconda interpretazione non è coerente né con il testo di Lorde né con il suo impianto teorico.

La frase “gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”, contenuta nel discorso The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s House (traduzione completa al n. 417) , non è un invito all’astensione dall’uso delle istituzioni, ma una critica alla loro insufficienza strutturale. Lorde sostiene che sistemi costruiti su gerarchie di potere — razzismo, sessismo, omofobia, classismo, ageismo — non possono essere completamente trasformati utilizzando le logiche che li hanno generati. Gerarchie che ravvedeva in femministe bianche del tempo (prende spunto infatti da una conferenza del 1979 con scarsa rappresentanza di donne razzializzate o povere), che non tenevano conto della realtà delle donne nere, delle differenze di razza, classe ed età.

Da questa osservazione, però, non deriva che le persone oppresse debbano rinunciare a strumenti di tutela come la denuncia, l’accesso alla giustizia o la protezione istituzionale. Confondere questi due livelli significa trasformare una teoria critica delle strutture in un imperativo morale rivolto alle vittime, con un effetto potenzialmente dannoso: spostare su di esse il costo della rinuncia alla protezione.

Un punto fondamentale è distinguere tra l’uso di un’istituzione e la fiducia nella sua capacità di risolvere un problema alla radice. Una persona che subisce razzismo può denunciare un’aggressione senza per questo credere che il sistema giudiziario eliminerà il razzismo dalla società. In questo senso, la denuncia non è un atto di adesione acritica al sistema, ma una risposta concreta a un danno subito e a un pericolo, in assenza di strumenti alternativi adeguati.

Lorde, nelle sue opere, non invita a colpevolizzare le persone oppresse per le strategie che adottano per sopravvivere o ottenere giustizia. La sua critica è rivolta alle strutture di potere e all’idea che queste possano includere tutte le voci senza riprodurre esclusioni. Trasformare questa critica in un argomento contro la denuncia significa invertire il bersaglio della sua analisi.

C’è inoltre un problema logico nella tesi secondo cui, poiché le istituzioni sono imperfette o contaminate da rapporti di potere, allora non dovrebbero essere utilizzate dalle vittime. Da una premessa sulla limitatezza degli strumenti non segue la loro inutilizzabilità. Al contrario, si può coerentemente sostenere che proprio perché le istituzioni sono parziali e imperfette, è necessario affiancare alla loro azione trasformazioni più profonde — senza però negare alle persone il diritto immediato alla protezione.

Un’ulteriore conseguenza di questa interpretazione distorta è lo spostamento del peso della trasformazione sociale sulle vittime stesse. Se la denuncia viene presentata come incoerente con una posizione teorica critica, il rischio è che le persone colpite da razzismo o violenza si trovino a dover scegliere tra protezione concreta e coerenza ideologica. Ma questa tensione non è presente in Lorde: è il prodotto di una lettura selettiva e forzata del suo pensiero.

In sintesi, usare Audre Lorde per scoraggiare le vittime dal denunciare soprusi significa fraintendere volutamente il nucleo della sua critica. Il suo obiettivo non era sottrarre strumenti alle persone oppresse, ma mettere in luce il fatto che nessuno strumento istituzionale, da solo, è sufficiente a smantellare sistemi di oppressione profondamente radicati.